Saucha, la purezza: prenditi cura del tuo prana

Saucha, la purezza: prenditi cura del tuo prana

La purezza secondo Patanjali: il primo degli nyama, gli impegni con noi stessi.

Attraverso la pulizia e la purezza del corpo e della mente (shaucha), lo yogi sviluppa un atteggiamento di distacco o disinteresse verso il proprio corpo grossolano, e diventa poco incline al contatto con i corpi degli altri.

da Patanjali Yoga Sutra 2:40

Siamo a metà percorso: sono terminati i 5 principi per i nostri rapporti con gli altri ed iniziano ora gli Nyama, i 5 principi per il rapporto con noi stessi .

E lo Yoga rivela qui tutta la sua disarmante praticità e semplicità. Il primo IMPEGNO che prendiamo con noi stessi non è astratta speculazione e non è la mente che vaga e si chiede “chi sono”  ma è un principio estremamente terreno e semplice: occupati della pulizia di te stesso e del tuo ambiente.

Si potrebbe dire che buona parte del significato dello Yoga si riflette in questo Nyama. Pulizia è infatti mantenere energie diverse tra di loro separate .

Prana e Apana: di cosa parliamo quando diciamo energia?

Nella fisiologia dello Yoga il nostro corpo energetico è costituito di 5 venti o soffi collocati ciascuno in un’area diversa del nostro corpo .

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Ai fini della comprensione di Saucha però ci concentriamo sulle aree di prana e apana.

Prana è situato tra la laringe ed il diaframma, governa la respirazione e la circolazione e quando è forte porta felicità e sicurezza di sé . Il Prana infatti si costruisce e si rinforza attraverso alcune pratiche come il Prana Yama ( gestione del Prana attraverso il respiro) .

Apana si trova tra l’ombelico ed il pavimento pelvico e regola le funzioni escretorie e riproduttive. Se Apana è dominante crea stati mentali di confusione, insicurezza, depressione .

Il problema infatti è che queste due energie vitali hanno movimenti opposti (Prana verso l’alto e Apana verso il basso) e quando una domina sull’altra il nostro stato mentale viene influenzato dall’energia prevalente .

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Se il nostro Prana non è forte verrà trascinato giù da Apana e la nostra mente diventerà pesante , affaticata e addirittura disperata e depressa . Lo Yoga allora ci insegna a dedicarci alla costruzione di un Prana forte ( questo il senso del pranayama) e senza “sbalzi” verso il basso . Ne abbiamo già parlato con Brahamacharya: la tua energia è importante, non sprecarla ed onorala!

Ora con Saucha capiamo perché la nostra energia è importante: dalla sua qualità dipende il nostro stato mentale .

Pulizie energetiche e sottili.

Se il nostro Prana è così prezioso allora è fondamentale trattarlo con cura e mantenere pulito il corpo e l’ambiente nel quale esso dimora. Le norme che seguiamo non sono puramente igieniche ed esteriori ma pulizie sottili , energetiche. E’ fondamentale anche l’intenzione con cui seguiamo queste norme avendo sempre ben presente che ogni purificazione è energetica oltre che esteriore.

Alcune delle svariate norme per la pulizia energetica sono :

Innanzitutto pulisci te stesso . La prima cosa da fare al risveglio è separare la mente dall’energia del sonno : dopo aver spazzato il luogo in cui si dorme immediatamente facciamo la doccia . E’ importante farla di mattina e non per esempio di sera poichè non è solo una doccia del corpo grossolano ma del corpo sottile : la nostra energia si dissocia dal sonno . E’ inoltre importante non utilizzare due volte gli stessi vestiti , soprattutto se di cotone . L’energia vecchia e stagnante abbassa il nostro prana ! .

Pulisci poi il luogo che ti circonda . Di nuovo : energia stagnante crea sbalzi nel mio prana ovvero genera stati mentali pesanti ed infelici . La pulizia del luogo è allora fondamentale , oltre a mantenere l’ordine e l’igiene in casa ricordiamo di lasciare le scarpe all’esterno . Il luogo in cui viviamo comprende anche la macchina se la utilizziamo durante la giornata , entrare in una macchina disordinata , sporca e con energia vecchia abbassa la nostra energia .

Queste sono alcune linee guida , il punto qui è però sviluppare sensibilità per il proprio prana in modo da capire cosa crea sbalzi in esso, cosa lo tira verso il basso e come questo si riflette sulla vostra mente. La gestione del Prana è il vero cuore dello Yoga: quando sappiamo prendercene cura e gestirlo allora non possiamo non essere felici e sicuri di noi stessi. Questo richiede dedizione ed impegno ma è da ciò che dipende buona parte del nostro stato mentale .

SAUCHA NELLA VITA QUOTIDIANA

Scegli UNA delle norme per le pulizie sottili che non rientra già nella tua routine quotidiana ed impegnati a mantenerla per una settimana . Come cambia la tua mente ? .

Un esercizio che sto sperimentando in questi giorni è osservare quando si attiva in me “l’energia di pancia” e “l’energia di cuore”. Quali emozioni, situazioni, parole creano in voi apertura nel cuore, ispirazione, gioia? Quali invece creano quel peso allo stomaco che “butta giù” la vostra mente ? .

SAUCHA NELLA PRATICA YOGA .

Gli Asana e soprattutto il Pranayama sono il momento in cui ci dedichiamo alla costruzione del nostro Prana. Per questo è consigliato praticare dopo aver fatto la doccia, indossare vestiti puliti e di cotone meglio se bianchi, in un luogo pulito e senza energie stagnanti. E’ poi consigliato se praticate in un centro utilizzare il proprio tappetino personale o un telo di cotone.

MANTRA PER SAUCHA 

Inspiro Prana , espiro Apana .

Buone pulizie energetiche 😉

Cos’è 10 settimane di Sadhana? Sadhana in india significa disciplina spirituale ed indica l’insieme di quelle pratiche, studi e riti svolti con dedizione e regolarità per raggiungere Moksha: il riconoscimento della propria natura divina. La sadhana che viene qui praticata si ispira ai 10 yama e nyama di Patanjali, i divieti e le osservanze dello stile di vita yoga. Ogni settimana viene affrontato uno di questi temi cercando di portarlo anche fuori dalla sala di pratica ed utilizzando la nostra vita quotidiana come laboratorio.
Aparigraha: Scegliere tra gratitudine o insoddisfazione

Aparigraha: Scegliere tra gratitudine o insoddisfazione

L’ultimo Yama di Patanjali: Aparigraha, non rendere il mondo esterno responsabile della tua felicità

“Quando si è saldi nella non-possessività e nel non aggrapparsi a tutto con i sensi (Aparigraha), allora sorge la risposta ai perchè e la conoscenza delle incarnazioni passate e future”. Patanjali Yogasutra 2.39

Aparigraha (invidia , avidità , non accontentarsi ) è l’ultimo dei 5 Yama, i suggerimenti che regolano i nostri rapporti con gli altri .

Credo ci sia un motivo per cui Aparigraha arriva proprio per ultimo : Ahimsa ci ha insegnato ad amare noi stessi per essere davvero non violenti, Satya ad essere noi stessi e vivere nella verità, Asteya a non far di tutto per essere accettati dagli altri e Brahmacharya a onorare la nostra energia e investirla in modo consapevole .

Aparigraha ci insegna che noi abbiamo già tutto ciò di cui abbiamo bisogno. L’altro non è allora fonte di invidia poiché abbiamo già TUTTO. L’avidità e l’invidia sorgono quando pensiamo di non avere abbastanza. Nasce in noi la fame di volere altre cose, altre emozioni, altre persone, altri luoghi. L’unico modo per mettere a tacere quella “fame” è la gratitudine. E’ riportare l’attenzione sullo spazio di terra che stiamo occupando in questo momento, solo questo conta.

Spesso dimentichiamo o non sappiamo che noi siamo già tutto e abbiamo tutto e lo sguardo si sposta da ciò che di fantastico riempie la nostra vita a ciò che ci manca. L’insoddisfazione ci rende insicuri, come se la nostra felicità dipendesse da un oggetto ( o una persona o qualsiasi cosa stiamo desiderando a tutti i costi ) esterno e non da Noi.

Quando siamo radicati nel godere di ciò che già abbiamo e realizziamo quanto siamo GIA’ fortunati , allora Patanjali dice “Sorge una grande conoscenza ” .

L’ultimo Yama ci dice che sta a noi la decisione di essere felici. Solo quando siamo grati per ciò che siamo e abbiamo facciamo esperienza di una “gioia insuperabile” .

L’ultimo Yama quindi ci porta sempre più vicini a capire noi stessi come “totalità” , non è all’esterno che dobbiamo guardare e ricercare , ma dentro di noi . Ecco che Patanjali prepara la strada per i 5 Nyama , quegli insegnamenti che regolano il rapporto con noi stessi .

APARIGRAHA NELLA PRATICA

Quando pratichiamo , sopratutto nelle lezioni collettive , pratichiamo da soli . Provate a non guardare chi vi sta accanto ma concentratevi su voi stessi . Spesso anche mentre pratichiamo Yoga sorge l’invidia per esempio nei confronti di quella persona che fa così “bene” una posizione. Non soffermatevi su questi pensieri e giudizi ma siate grati per ciò che già sapete fare , per ciò che non riuscite a fare , per il corpo che avete che vi permette di muovervi e praticare . SIATE GRATI .

APARIGRAHA NELLA VITA QUOTIDIANA

Questa settimana fate un diario della gratitudine : scrivete ogni sera 5 cose per cui siete grati nella vostra vita .

Fate una lista delle cose materiali che vorreste avere e mettetele in ordine di priorità . Ogni volta che vorreste qualcosa di nuovo osservate la vostra lista e chiedetevi in che modo quella nuova cosa potrebbe arricchire la vostra vita .

MANTRA PER APARIGRAHA

In me esiste già tutto ciò di cui ho bisogno

Sono grato di tutto ciò che già c’è nella mia vita

Cos’è 10 settimane di Sadhana? Sadhana in india significa disciplina spirituale ed indica l’insieme di quelle pratiche, studi e riti svolti con dedizione e regolarità per raggiungere Moksha: il riconoscimento della propria natura divina. La sadhana che viene qui praticata si ispira ai 10 yama e nyama di Patanjali, i divieti e le osservanze dello stile di vita yoga. Ogni settimana viene affrontato uno di questi temi cercando di portarlo anche fuori dalla sala di pratica ed utilizzando la nostra vita quotidiana come laboratorio.
Brahamacharya: La mia energia è preziosa e non la spreco.

Brahamacharya: La mia energia è preziosa e non la spreco.

Brahmacharya secondo Patanjali

Patanjali negli Yoga Sutra scrive a proposito di Brahmacharya:

“brahmacharya pratisthayam virya labhah”

Quando viviamo nella consapevolezza della più grande realtà (Brahma ) allora si ottiene la più grande forza , abilità e vitalità .

Brahmacharya è tradotto come castità e continenza. Questo poiché secondo la tradizione chi intraprende il cammino dello Yoga inizia un percorso spirituale volto a concentrare, elevare e mantenere stabile la propria Energia, ciò che in sanscrito viene chiamato Prana.

Per approfondire il significato di Prana vai a Saucha, la purezza: prenditi cura del tuo prana

Per fare ciò rinuncia anche alle attività che “sprecano” o riducono l’energia, una di queste è appunto il sesso .

Oggi però non diamo un senso così stretto a Brahmacharya, sicuramente è consigliato a chi pratica yoga moderazione nell’attività sessuale, ma non è questo il cardine del quarto Yama.

In realtà se ci soffermiamo sul concetto di Prana , energia vitale , possiamo trarre due grandi insegnamenti per la nostra vita di tutti i giorni .

Brahamacharya: la nostra energia è preziosa.

Prana è la nostra l’energia vitale. Dalla qualità del nostro prana dipende il nostro stato mentale o fisico. Ogni sbalzo di prana influisce in modo decisivo su tutto il nostro apparato. Nello Yoga ci impegniamo a  “costruire” un buon e stabile prana: lo eleviamo attraverso la pratica di asana, pranayama e con le pulizie astrali (per esempio la doccia la mattina è una pulizia astrale ed energetica, non solamente una pulizia del corpo come lo è invece farla la sera ). Ci vuole impegno per mantenere alta la propria energia e quindi dobbiamo scegliere in cosa investirla .

Il primo insegnamento è allora che la nostra energia è preziosa, per mantenerla alta ci vuole impegno e dedizione e quindi non possiamo sprecarla e dobbiamo scegliere in cosa metterla. Ecco che la lezione è un un certo sano egoismo. Non possiamo dire “SI” a tutto , impariamo a porre dei limiti poichè la nostra scorta è limitata e possiamo decidere per cosa utilizzarla .

Scegliere dove investire la propria energia è capire cosa ci è vitale e cosa è invece uno spreco.

brahamacharyaIl secondo insegnamento riguarda appunto in cosa investire la propria energia. Imparare a distinguere tra ciò che è essenziale e cosa non lo è , tra ciò che è superfluo e non necessario, e cosa invece ci è vitale . Perseguiamo Brahma , la più grande Verità , ciò che è essenziale.

Il segreto per avere una grande scorta di energia sta proprio nello scegliere dove investirla: conversazioni, pensieri, persone, cibo che aiutino ad innalzarla anziché abbassarla.

Ogni mio respiro è essenziale.

Infine tutto ciò riguarda anche il nostro respiro. E’ infatti anche attraverso esso che gestiamo il nostro Prana e non possiamo sprecare nemmeno una respirazione :

Nella tradizione yogica, il respiro è ritenuto così importante che l’aspettativa di vita non è data in giorni e anni, ma da un certo numero di respiri. Ciascuno di noi nasce con una quantità limitata di respirazioni ci è a disposizione, quando li terminiamo cessa la nostra vita. Qualsiasi attività in cui il respiro è più corto , leggero martellante e alto ci porta più vicino alla morte rispetto a quelle in cui il respiro è più profondo, lungo e morbido. Poiché normalmente non si sa quanti respiri avremo a nostra disposizione, gli antichi Yogi idearono tecniche per diventare padroni del loro respiro.

Brahamacharya nella pratica di asana.

Nelle lezioni di yoga stiamo abbinando il concetti di Brahmacharya alla pratica dello Yin Yoga , il metodo di Bernie Clark che , controtendenza , propone una pratica più profonda , passiva e statica rispetto alla pratica “Yang” la pratica dinamica , attiva e tutta muscoli e acrobazie . Questo per sperimentare sul nostro corpo come indirizzare la nostra energia in modo mirato e profondo possa essere più efficace per il corpo che un allenamento sostenuto con grandi sprechi di energia .

(se volete praticare a casa Yin Yoga date un’occhiata a questo video )

ESERCIZI SU BRAHMACHARYA

La prima cosa da fare è sviluppare sensibilità per la propria energia , il proprio Prana . Questa settimana consiglio di fare la doccia la mattina anzichè la sera e guardate come cambia la vostra energia , la mente ed il corpo . Sperimentate !

MANTRA :

Sono fedele a me stesso .

Ogni mio respiro è fondamentale

 

Cos’è 10 settimane di Sadhana? Sadhana in india significa disciplina spirituale ed indica l’insieme di quelle pratiche, studi e riti svolti con dedizione e regolarità per raggiungere Moksha: il riconoscimento della propria natura divina. La sadhana che viene qui praticata si ispira ai 10 yama e nyama di Patanjali, i divieti e le osservanze dello stile di vita yoga. Ogni settimana viene affrontato uno di questi temi cercando di portarlo anche fuori dalla sala di pratica ed utilizzando la nostra vita quotidiana come laboratorio.
3^ settimana: Asteya, non appropriarsi

3^ settimana: Asteya, non appropriarsi

Asteya: il non appropriarsi secondo Patanjali

“Quando asteya (non appropriarsi) è radicato nella persona, tutti i gioielli ed i tesori si presentano o sono disponibili per lo Yogi . Patanjali – Yoga Sutra 2: 37

Dopo la non violenza e l’essere sé stessi incontriamo nei 10 temi per uno stile di vita yoga di Patanjali Asteya: non appropriarsi.

Quando siamo radicati nel principio del non rubare , non desiderare di appropriarci, solo allora tutti i i più grandi tesori e fonti di felicità si presentano nella nostra vita.

Questo è il terzo Yama: Asteya . Viene tradotto come non rubare ed è comunemente inteso come non appropriarsi di ciò che non è nostro ma possiamo estenderne significato in un senso più ampio .

Il desiderio di appropriarsi è spesso la causa delle nostre sofferenze.

Quando le persone o le cose diventano oggetto del nostro desiderio di appropriarci sviluppiamo aspettative e senso di attaccamento lasciando invece in disparte ciò che conta realmente: accettare le persone e le cose per ciò che sono.

Accetta gli altri (e te stesso) come accetti le stelle.

 stelle-yogaSwami Dayananda scrive in Vedanta 24X7 “Accept others as you accept the stars”, accetta gli altri come accetti le stelle .

Quando osserviamo in modo disinteressato un panorama o, appunto, le stelle, non sviluppiamo il desiderio di farle diventare “nostre”.

Non sentiamo quella sofferenza che crea in noi la volontà di avere, possedere, qualcosa che non abbiamo.

Quando guardiamo le stelle godiamo della loro bellezza, le accettiamo, non vorremmo cambiarle o possederle.

Semplicemente le ammiriamo e siamo grati poiché ne intravediamo la bellezza naturale. Esse sono esattamente così come devono essere, né giuste né sbagliate. Questo non avviene quando vogliamo che qualcosa diventi NOSTRO.

Mente, giudizio e ruoli.

Il meccanismo che la nostra mente mette in atto quando vuole possedere qualcosa è quello di far entrare l’oggetto o la persona in ruolo, sottomettendolo alla sua ottica duale di giusto/sbagliato.

E’ la personalità che vuole affermare sé stessa facendo propri elementi che non le apparterrebbero.

Non accettiamo più la persona per ciò che è, ma in quanto “nostra” la mettiamo in un ruolo (mio figlio , mia mamma, mio marito etc..) e caricandola di aspettative in base a ciò che per la nostra personalità è giusto e conviene per un determinato ruolo.

Smettiamo di essere grati per questo incontro, sorgono le frustrazioni, le aspettative ed il desiderio di cambiare ciò che non ci piace in chi abbiamo di fronte.

Ogni giudizio per altro si ritorce contro di noi.

Quando vogliamo imbrigliare noi stessi nel ruolo di bravi genitori, amici, fratelli o sorelle, insegnanti etc… sorgono i sensi di colpa: carichiamo noi stessi di aspettative e non appena ci discostiamo dal nostro ideale iniziamo a non accettare più noi stessi.

Asteya significa contemplare ed essere grati di ciò che incontriamo nella vita senza sviluppare il desiderio di possesso.

Lasciare in disparte la nostra personalità o ego, il giudizio e l’ottica separante di giusto/sbagliato.

La storia del Maestro e del re Bharat.

Le storie della cultura indiana come sempre ci aiutano a comprendere il senso di questi valori universali

“C’era una volta re chiamato Bharat, uomo saggio e compassionevole.

Amava i suoi sudditi come figli e lavorava molto duramente per la prosperità del suo regno. Giorno e notte non smetteva mai di lavorare e raramente si riposava.

Questa mancanza di riposo iniziò a creare in lui uno stato di malessere. Il suo Maestro un giorno venne a visitarlo e questo uomo saggio capì cosa stava succedendo.

Il Maestro ed il discepolo stavano facendo una passeggiata nel bellissimo giardino del palazzo. Il Maestro gentilmente suggerì al Re di riposarsi qualche ora e lo rassicurò che sarebbe stato sicuramente meglio.

Il Re educatamente rispose ‘Come posso riposarmi, c’è così tanto da fare, devo farlo per la mia gente’.

Il Maestro si limitò a sorridere e continuò a camminare. Arrivarono nei pressi di un bellissimo albero ed il Maestro corse verso l’albero, lo abbracciò e disse ad alta voce: “Lasciami andare, perché mi stringi così forte albero, lasciami andare”.

Il re era sconcertato e chiese al Maestro cosa stesse succedendo senza ottenere risposta. La cosa andò avanti per alcuni minuti e finalmente il Re disse: “Maestro, non è l’albero a trattenere voi ma siete voi a trattenerlo. Lasciatelo e sarete libero”.

Con calma il Maestro lasciò andare l’albero e disse “ Esatto!“.

Allora Bharat capì il suo errore, da quel giorno delegò parte del suo lavoro per riposarsi di tanto in tanto ed iniziò a osservare e prendersi cura di se stesso” .

Il Re agiva per amore eppure sviluppando senso di possesso nei confronti del popolo e del lavoro non sa più delegare responsabilità ed inizia ad agire contro sé stesso.

La domanda questa settimana è “Perché sviluppiamo senso di possesso ? Perché vogliamo che qualcosa diventi NOSTRO e non sappiamo goderne in modo disinteressato ?”

Idee per la pratica yoga di asteya.

ASTEYA NELLA VITA QUOTIDIANA : Esercitare Asteya nella quotidianità è un esercizio di osservazione dei nostri rapporti con ciò che non è “nostro” .

Verso cosa sviluppiamo il desiderio di possesso ? Riusciamo a essere grati anche dei difetti delle persone che ci sono vicine ? Ritagliamoci dei momenti di piacere disinteressato .

MANTRA per ASTEYA Accetto gli altri come accetto le stelle – Non è l’albero a trattenermi ma io a trattenere l’albero .

Per approfondire il senso di non possesso e la distanza dalla propria personalità abbiamo parlato del libro la Porta del Mago di Salvatore Brizzi.

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Cos’è 10 settimane di Sadhana? Sadhana in india significa disciplina spirituale ed indica l’insieme di quelle pratiche, studi e riti svolti con dedizione e regolarità per raggiungere Moksha: il riconoscimento della propria natura divina. La sadhana che viene qui praticata si ispira ai 10 yama e nyama di Patanjali, i divieti e le osservanze dello stile di vita yoga. Ogni settimana viene affrontato uno di questi temi cercando di portarlo anche fuori dalla sala di pratica ed utilizzando la nostra vita quotidiana come laboratorio.
2^ settimana: Satya, essere sé stessi.

2^ settimana: Satya, essere sé stessi.

Satya: la verità secondo Patanjali

“Quando viene raggiunta l’onestà, la verità, i frutti delle azioni in modo naturale seguiranno la volontà dello Yogi” Patanjali – Yoga Sutra 2.36

Come sempre lo Yoga ci invita a comprendere e conoscere un concetto ed il nostro modo di agire più che praticare ciecamente una regola. In quest’ottica sarebbe infatti sterile tradurre Satya come non mentire senza nemmeno domandarci cosa ci spinge a mentire e che cos’è la verità.

Perché mentiamo a noi stessi o agli altri?

Il primo passo è indagare noi stessi. Cosa scatta in noi quando decidiamo di dire una bugia? Ci sono due tipi di bugie, quelle dette per non ferire chi abbiamo davanti (le bugie bianche) e quelle invece per non mettere in una posizione scomoda noi stessi. Parliamo di questo secondo tipo di bugie.

Quando mentiamo lo facciamo perché in qualche modo ci sentiamo insicuri. Giudichiamo noi stessi non all’altezza, giudichiamo sbagliato un nostro comportamento, pensiamo che chi abbiamo di fronte non possa comprendere. Insomma, dietro ad una bugia troviamo molta insicurezza e giudizio, preoccupazione per il futuro o insicurezza per il passato. Crediamo di risolvere una situazione mentendo, senza renderci conto che inneschiamo una spirale di sensi di colpa e di non accettazione che nella realtà dei fatti risolverà ben poco soprattutto nel nostro benessere.

Non siamo stanchi di stare male?

Che cos’è la verità?

Mi è sempre sembrata strana l’espressione “Sii te stessa”  perché facevo fatica a capire cosa potesse essere quel te stessa, quel vero sé di cui spesso si parla. Mi identificavo con i miei pensieri e la mia personalità quando ho capito che io non sono la mia mente o il mio corpo, i miei gusti etc dipendono dall’ambiente in cui mi è capitato di nascere e dalle esperienze avute. La mente è uno strumento che ha la funzione di preoccuparsi perché agisce per istinto di sopravvivenza. Così anche il corpo segue certe regole e così anche le emozioni. Finché mi identifico completamente con queste parti del mio essere che seguono alcune leggi meccaniche e predefinite non sono libero, non sono veramente Io. Sono succube della “macchina biologica umana”.

Se abbiamo ben chiaro che la mente è uno strumento, così come il corpo e le emozioni e iniziamo a trattarli come tali possiamo cominciare a capire cosa si intende per “Vero sé” e vera libertà.

La Bhagavad Gita (e qualcosa di simile fa anche Platone nel mito dell’auriga) rappresenta questo

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concetto nell’immagine del carro di battaglia:

Il carro è il corpo ed i cavalli le passioni, le emozioni.

Colui che conduce il carro è la mente, l’intelligenza.

Il padrone del carro però non è la mente, colui che conduce, bensì l’Anima, la nostra parte più spirituale.

Perseguire la Verità allora è rimanere nel vero sé, prendere le distanze dall’Ego, dalla mente e dal giudizio per avvicinarci sempre di più a noi stessi.

Satya: gioia ed espansione.

Dedicarci a noi stessi senza essere schiavi della mente o del corpo ci dona una leggerezza ed una gioia in ogni momento della nostra vita. Se non giudichiamo non sentiremo il peso del giudizio e potremo esprimerci liberamente senza sensi di colpa o bugie. Se prendiamo le distanze dalla nostra mente e dal nostro Ego possiamo affrontare qualsiasi difficoltà con un’immensa serenità di fondo. Come dice Patanjali ogni risultato delle azioni seguirà esattamente la nostra volontà.

Satya è accetta te stesso, prendi le distanze dal tuo ego e dalla tua personalità perché fino a quando ti immedesimi in essi non sei libero.

 

Cos’è 10 settimane di Sadhana? Sadhana in india significa disciplina spirituale ed indica l’insieme di quelle pratiche, studi e riti svolti con dedizione e regolarità per raggiungere Moksha: il riconoscimento della propria natura divina. La sadhana che viene qui praticata si ispira ai 10 yama e nyama di Patanjali, i divieti e le osservanze dello stile di vita yoga. Ogni settimana viene affrontato uno di questi temi cercando di portarlo anche fuori dalla sala di pratica ed utilizzando la nostra vita quotidiana come laboratorio.
1^ Settimana : Ahimsa, la non violenza

1^ Settimana : Ahimsa, la non violenza

“Ahimsa Pratishthayam Tat vaira-tyagah”

Quando uno Yogi è fermamente radicato nella non violenza, le persone che ad egli si avvicineranno perderanno naturalmente ogni sentimento di ostilità.  Patanjali Yogasutra 2:35

Il primo intento: non subire e non agire con violenza.

Il primo intento che prendiamo è “che io possa non essere soggetto né oggetto di violenza”. Spesso pensiamo che la non violenza debba essere praticata nei confronti degli altri senza capire che quando sono interiormente ferito, quando accetto la violenza su di me, è inevitabile che io ferisca gli altri .

C’è una storia dell’india, quella del serpente e dello Yogi, che rivela l’essenza della non violenza :

C’era una volta un grande e pericoloso cobra che viveva in un villaggio e che avrebbe morso chiunque si fosse avvicinato troppo a lui. Uno Yogi arrivò in quel villaggio e un giorno decise di praticare accanto all’albero dove si trovava il rifugio del cobra. Il cobra allora si avvicinò e sollevatosi come per morderlo si rese conto che lo yogi non aveva intenzione di fargli del male e quindi non lo attaccò. Al contrario gli chiese tutto ciò che sapeva sullo yoga e lui gli rispose che sarebbe tornato dopo un anno e gli avrebbe insegnato tutto ciò che voleva a patto che per quel periodo il serpente avesse praticato ahimsa, la non violenza.

Così il cobra si impegnò nella pratica di ahimsa, ma la gente del villaggio, vedendo che anche avvicinandosi il serpente non era più pericoloso, iniziò a tirargli pietre e bastoni per provocarlo e per prendersi gioco di lui.

Trascorso un anno il cobra era vicino alla morte. Lo yogi arrivò e vedendolo in quello stato gli chiese cos’era successo. Il cobra allora raccontò del suo impegno in ahimsa e di come non avesse attaccato nessuno nonostante le torture della gente del villaggio.

Lo yogi rispose – “Ti ho detto di praticare la non violenza, ma non ho mai detto che potevi subirla”.

C’è una verità eterna ed indissolubile: noi siamo uno.

Non esiste separazione ed ogni atto di ribellione a questa legge porta disarmonia, porta rabbia e buio. E’ un nostre dovere prendere una grande decisione: portare luce e gioia con i nostri atti, pensieri e parole senza mai discostarci da questa scelta e fare di questa la nostra bandiera. Comunicare noi stessi e le nostre intenzioni, accettarci nelle debolezze e nei controsensi, avere uno sguardo d’amore nei confronti dell’altro e forzare noi stessi a vederne il divino anche quando sembra tutto fuorché miracoloso chi abbiamo di fronte.

Noi siamo creatori della nostra realtà.

Noi siamo un tutt’uno con ciò e chi ci circonda.

Noi possiamo scegliere se essere vittime proprio quando guardiamo chi abbiamo di fronte come carnefice. Ahimsa invece ci invita a osservare dentro di noi e a chiederci perché ci sentiamo feriti.

Cos’è 10 settimane di Sadhana? Sadhana in india significa disciplina spirituale ed indica l’insieme di quelle pratiche, studi e riti svolti con dedizione e regolarità per raggiungere Moksha: il riconoscimento della propria natura divina. La sadhana che viene qui praticata si ispira ai 10 yama e nyama di Patanjali, i divieti e le osservanze dello stile di vita yoga. Ogni settimana viene affrontato uno di questi temi cercando di portarlo anche fuori dalla sala di pratica ed utilizzando la nostra vita quotidiana come laboratorio.

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